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LA CINA, L'EUROPA E L'IPOCRISIA GLOBALE

Quando si parla di contenere il cambiamento climatico, molti non si rendono conto delle enormi implicazioni a livello planetario e delle estreme difficoltà in corso.
Il grafico sotto* ha il pregio di mostrare la tremenda realtà. Per centrare gli obiettivi di Parigi, ovvero restare entro gli 1,5 gradi di aumento, secondo diversi scienziati dovremmo scendere a zero emissioni entro il 2036.
In appena 16 anni... O al massimo, giocando al 50% delle possibilità, entro il 2043. Molto più fattibili i 2 gradi. Ovviamente questi scenari non tengono conto di tante variabili: da nuove rivoluzionarie tecnologie salvifiche o al contrario l'accelerazione dello scioglimento del Permafrost e altri problemi.
Ma questa cosa nel mondo dei mass media, come in tanti altri, non è ben chiara. E anzi si rilanciano in pompa magna** le dichiarazioni di Xi Jinping, leader della Cina, che promette il picco delle emissioni entro il 2029 e il raggiungimento delle zero emissioni entro il 2060.
Uno sforzo teoricamente lodevole, dato che è diventata la nazione più inquinante della Terra. Uno sforzo però totalmente insufficiente a leggere i report dei vari scienziati.
Ma soprattutto ci sarà questo sforzo? Sono anni che si susseguono questi annunci "salvifici" da parte di vari Stati, con l'apoteosi a Parigi nel 2015. Poi la realtà mostra tutt'altro, tipo che la Cina continua a costruire impianti a carbone***, o altri che non riescono a raggiungere i traguardi promessi.
La mossa della Cina fra l'altro va letta con un'ottica geopolitica ed economica, più che ambientale: da una parte il Paese asiatico vuole incarnare la nuova frontiera verde seducendo gli europei e altri Paesi avanzati (soft power), dall'altra essa rimane il più grande produttore di pannelli solari con volontà di predominio nel settore delle rinnovabili.
In tutto questo gli applausi e i peana degli europei risuonano ancora più ridicoli e rivoltanti. L'Europa che si fa tanto vanto di essere "verde" deve il suo calo di emissioni, non solo alle politiche green interne, ma soprattutto al gigantesco sistema di delocalizzazioni industriali e consumo che è sorto negli ultimi decenni. Siamo fra i primi consumatori al mondo, ma ci possiamo vantare di essere "virtuosi" perché abbiamo spostato la fabbrica del mondo in Cina e da altre parti. Fra l'altro facendo danni enormi e violando tantissime leggi ambientali.
La Cina essendo una dittatura oligarchica, a dispetto delle pastoie occidentali, potrebbe mobilitare le masse per accelerare la riconversione industriale. Ma può farlo? Vi è un evidente conflitto fra gli interessi geo-strategici della leadership cinese (diventare prima potenza globale e assicurare abbondante ricchezza materiale a tutti i cinesi) e le necessità di salvaguardia dell'ecosistema.
Da qui il doppio-gioco a scacchi. Mentre il tempo corre.

Alessandro Leonardi

* Fonte grafico: lo scienziato ed analista Zeke Hausfather
** Foreign Policy "Did Xi Just Save the World" ?
*** MIT Technology Review "If China plans to go carbon neutral by 2060, why is it building so many coal plants?"
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