Nessuna Ribellione

In Italia non si potrà mai fare una rivoluzione, perché ci conosciamo tuttiCit. Leo Longanesi

Una strana quiete avvolge l’Italia in questo inizio estate. Auto in coda nel weekend, spiagge e bar nelle piazze che si riempono, la ripresa della maggior parte dei lavori, il ritorno delle polemiche sterili su i media e la voglia di vacanze per milioni di italiani. Una cosa assolutamente normale, dettata dalla necessità di svagarsi e dimenticare. Una persona distratta potrebbe dire che non diamo l’idea di un Paese sull’orlo del crollo economico, con un Pil che potrebbe cadere del 12,8% nel 2020 (ultimi nel mondo insieme alla Spagna). Un Paese con interi settori economici allo sbando. Una persona distratta per l’appunto…

Gli articoli, i saggi, i libri, sul sempiterno declino italiano sono ormai infiniti e persistenti da almeno tre decenni. A detta di alcuni l’ultimo periodo realmente buono risale agli anni ’80, mentre altri addirittura tornano indietro al periodo precedente. Per altri ancora il declino è sempre stato solo una questione di percezione errata, anche se dal 2008 in poi qualcosa è andato realmente storto. Di sicuro il malessere, l’apatia e la sfiducia nella popolazione sono aumentate nel tempo, soprattutto con la crisi finanziaria globale da cui non ci siamo più ripresi a livello economico. Neanche 12 anni dopo.

Se nel 1991 i nostri politici si vantavano del fatto che l’Italia era la quarta potenza economica mondiale, negli anni successivi quel vanto non è più tornato fra progressiva precarizzazione, impoverimento dei ceti medi-poveri, diminuzione dello stato sociale e perdita generale di dinamismo, non solo sul fronte economico, ma anche in campo sociale e culturale.

Di fronte a tutto questo la reazione della maggioranza degli italiani è stata tiepida, molto tiepida, se non quasi assente. Certo, ci sono state delle manifestazioni, delle proteste localizzate, il malcontento perpetuo su i social e il “voto di protesta”, ma nell’ultimo decennio, nonostante l’accelerazione del declino, la reazione è rimasta assolutamente blanda. Neppure adesso, che fra pandemia e durissimo crollo economico rischiamo di perdere centinaia di miliardi di € di ricchezza, c’è fervore nell’aria, un duro dibattito, proteste di massa, reazione energica di ampi settori sociali, etc. Nulla.

Proprio questo “nulla” è da tempo al centro di riflessioni di alcuni “addetti ai lavori” che si domandano come mai, non solo in italia ma in tutto l’Occidente, non c’è la reazione violenta e di massa della popolazione che subisce il declino e vede concretamente la prospettiva di un collasso generale nel medio termine (due o tre decenni ?). Per capire questo interessante problema sono state formulate innumerevoli spiegazioni*, ma per quanto riguarda l’Italia questa volta ci concentreremo sulla sua struttura sociale.

UN PAESE VECCHIO E RICCO

In questa nazione vi sono 16 milioni di pensionati. Il patrimonio degli over 65 è aumentato dodici volte rispetto alle famiglie con meno di 30 anni di età (20 anni fa erano praticamente pari). L’età media della popolazione è di 45,7 anni ed è in rialzo da tempo. La natalità è ai minimi termini (1,29 figli per donna mentre il tasso di sostituzione naturale è 2,1) e la popolazione continua a diminuire. Questo trend in corso da decenni ha portato l’Italia in una situazione mai vista prima, con molti anziani e sempre meno giovani.

Da una parte abbiamo una popolazione anziana più ricca (sebbene con notevoli diseguaglianze) e in crescita, la quale ovviamente non è il motore economico e non può essere la fonte di rapidi cambiamenti sociali, culturali e politici. Al contrario, essendo i più assidui e fedeli votanti alle elezioni, mantengono in un certo senso lo status quo politico.

Dall’altra parte la popolazione giovanile, dai 35 anni in giù, sebbene sia composta ancora da milioni di persone, ha scarsa propensione alla partecipazione politica e sperimenta un continuo decremento accompagnato da un impoverimento economico, compensato parzialmente dal patrimonio familiare. Ed è proprio quest’ultimo che fino ad ora ha calmierato tutto.

Nonostante le ripetute crisi e declino annesso, l’Italia rimane uno dei Paesi più ricchi al mondo, con un patrimonio privato stimato intorno ai 9.743 miliardi di €, suddiviso fra immobili, azioni, conti correnti e via dicendo. Uno dei più alti del pianeta che però al suo interno vede notevoli diseguaglianze, con il 20% della popolazione più ricca che possiede il 70% della ricchezza nazionale, mentre il 60% più povero appena il 13,3%.

Per quanto una fetta dell’Italia si stia impoverendo, per quanto le diseguaglianze siano forti, vi è ancora una massa di ricchezza pluri-generazionale che consente di evitare situazioni da terzo mondo. E che soprattutto frena le nuove generazioni a pretendere reali cambiamenti.

GIOVANI PERSI NEL “REALISMO CAPITALISTA

La parte più giovane della popolazione, che è sempre stata il motore del cambiamento dirompente, per il momento beneficia delle ricchezze accumulato dalle generazioni precedenti e si suddivide sommariamente in tre grosse categorie: una parte che tramite gli appoggi familiari o reti di conoscenza ha trovato un posto retribuito decentemente, specialmente nelle aree più ricche e industrializzate del Paese. Un’altra parte che persegue i propri progetti, navigando del mare del precariato bruciando la ricchezza di nonni e genitori. Infine una parte che si deve arrangiare in qualche modo o che in determinati casi viene spinta ad emigrare all’estero (non necessariamente per povertà, ma anche solo per questioni di carriera e realizzazione professionale, come nel caso della “fuga dei cervelli”).

Svanite le grandi visioni ideologiche, pienamente inseriti nel Meccanismo attuale, contando su un cospicuo cuscinetto economico ed essendo pure una minoranza che politicamente non conta e non “pesa”, i giovani si sono rifugiati nelle battaglie personali adattandosi al contesto di individualismo e sfascio delle grandi organizzazioni sociali. Questo ovviamente non esclude tutte quelle iniziative culturali, politiche e sociali che vedono il tentativo di cambiare la situazione da parte di alcuni membri della gioventù. Ma tali iniziative sono sempre di nicchia, non episodi di massa o uno stravolgimento politico sociale decisivo.

Non è un caso che le maggiori proteste giovanili avvenute in Italia, tutte pacifiche e senza alcun impatto sugli assetti di potere, siano derivate per lo più dalla emulazione di fenomeni mondiali (proteste contro il cambiamento climatico e contro il razzismo) e non tanto in base alle urgenze del contesto sociale italiano.

E non è un caso che l’impegno politico/sociale/culturale, finita l’età universitaria o giovanile, viene ridotto drasticamente dalle incombenze lavorative, dal mettere su famiglia o dalla ricerca di una realizzazione personale, mentre la realtà quotidiana spazza via qualsiasi ipotesi di ribellione duratura (la quale viene liquidata come esperienza adolescenziale fine a se stessa).

Il mondo adulto, a sua volta frammentato e diviso in vari segmenti privi di alcun “coscienza di classe” o al contrario in settori antichi e iper-protetti, illuso continuamente da nuove promesse di “rinascimento”, vede semplicemente maturare un sordo rancore accompagnato dal forte disinteresse nei confronti del Sistema. Ognuno per se, Dio per tutti.

QUALE FUTURO ?

La Repubblica italiana è un bellissimo e vecchio museo che vive un dolce declino godereccio per chi se le può permettere e un amaro dissolvimento per chi ha a cuore questa nazione e per chi sta perdendo le reti sociali di protezione.

Uno degli errori più gravi della classe dirigente italiana è stato quello di umiliare sistematicamente le menti giovani più brillanti, facendole scappare via o portandole al disinteresse totale, privando così la nazione di nuovi leader e ceti avanzati in grado di contrastare il decadimento in corso.

Coloro che parlano di imminente rivoluzione o di ritorno al trentennio d’oro del dopoguerra, sognano qualcosa che per il momento non esiste. L’Italia in se ha sempre meno energie vitali e il suo destino verrà deciso semmai da eventi esterni (crisi sistemiche e/o nuove Potenze dominanti), a meno che non sorga in futuro una nuova visione ideologica (la famosa Alternativa) in grado di mobilitare disperatamente certi settori, spingendoli allo scontro totale contro i vecchi assetti di comando.

Ma quanti sono disposti a partecipare alla ribellione ? La violenza politica è diventata un tabù assoluto in Occidente e le élite lo sanno benissimo. Così come sanno benissimo che con tali godimenti materiali nessuno è disposto a rischiare nulla, anche a costo di farsi umiliare e diventare sempre più povero. Rimane il vecchio meccanismo democratico che però perde pezzi, vede una partecipazione stanca e potrebbe non funzionare più nel medio termine. Cosa succederà a quel punto?

La Repubblica italiana diventerà una democratura gestita in emergenza perenne?

Una nuova potenza (la Cina?) si assumerà il ruolo di aiutante economico?

Diventeremo una nuova “provincia sussidiata” dell’Unione Europea, come la Polonia?

Ci sarà una “messicanizzazione” progressiva del Paese e la fine del suo benessere materiale entro pochi decenni?

C’è ancora del legno da bruciare nel camino. Ma non così tanto. L’enorme ricchezza materiale accumulata dalle generazioni precedenti si sta progressivamente esaurendo e gli stessi immobili, simbolo del risparmio italiano, rappresentano una ricchezza teorica e insidiosa (dal calo dei prezzi di mercato fino alla mancata liquidità). Molte imprese italiane, spesso piccole e deboli, sono a rischio saccheggio, mentre avvoltoi esteri attendono l’impatto reale della nuova crisi per banchettare.

Non tutto è perduto, in quanto nei territori, nelle culture locali, in certi ambienti, potrebbero emergere delle nuove forze in grado di rivitalizzare parte della nostra società. Ma questa rivitalizzazione non sarà un pranzo di gala. E soprattutto è rimasto poco tempo.

L’Italia è inserita in un Sistema globale che è andato fuori controllo. La quiete attuale, fra uno spritz e un’immagine su Instagram, è un dolce abbaglio che durerà per un pò. Già fra un anno le cose potrebbero piede una piega decisamente diversa.

Per chi vuole osare, nei prossimi 10/20 anni si apriranno grandi e pericolose opportunità. Per chi vuole osare, c’è in gioco la nostra società.

Alessandro Leonardi

(1) Se ne parla da anni, ma le principali tesi vertono su: mancanza di ideologie forti, individualismo e narcisismo spinto, apatia tecnologica, eccesso di ricchezza e ancora presenza di una classe media forte, declino dell’agire politico, invecchiamento della popolazione, illusioni sul successo professionale immediato e altre questioni locali/minori.

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