ITALEXIT: a che prezzo ?

Sono stati scritti innumerevoli articoli sull’ipotetica uscita dell’Italia dall’eurozona e sulle possibili conseguenze. O più in generale sul collasso dell’area euro. Ma la maggior parte di queste analisi si concentrano sull’aspetto economico, mentre il contesto politico, sociale e geopolitico rimane sullo sfondo, sfuggente e difficile da calcolare.

Eppure in un modello estremamente complesso come quello attuale, nessuna analisi seria dell’Italexit può prescindere da questi elementi cruciali.

Inanzitutto bisogna tenere conto che un’eventuale rottura italiana sarebbe un unicum nella Storia. Si potrebbe essere tentati di paragonare questa ipotetica rottura al collasso dell’Unione Sovietica fra il 1989 e il 1991 o alla deflagrazione della Jugoslavia negli anni ’90. Ma sono paragoni forzatissimi che non tengono conto di innumerevoli variabili diverse.

L’attuale unione monetaria non è uno Stato unitario come lo furono l’Unione Sovietica o la Jugoslavia. Non ha avuto il loro sviluppo storico, culturale e ideologico, e allo stato odierno è inserita in una timeline temporale del Sistema globale nettamente diversa rispetto alla globalizzazione a cavallo degli anni ’80 e ’90, dove finì per dominare un’unica superpotenza: quella statunitense.

I paragoni con lo SME (Sistema monetario europeo) e l’uscita dell’Italia nel 1992 lasciano il tempo che trovano, dato che il livello di integrazione attuale è nettamente più profondo.

Lo stesso vale per la Brexit, la quale presenta una situazione decisamente diversa rispetto a quella italiana (gli inglesi non hanno mai adottato l’euro e Londra è una delle punte di diamante del sistema finanziario globale e off-shore. L’Italia non ha questi punti di forza, eccetto la secondo manifattura d’Europa).

I paragoni storici sono troppo limitati per trarre un quadro di azione ed analisi. Bisogna inevitabilmente ragionare sul piano teorico con tutti i limiti immaginabili, partendo dal fatto che ci possono essere solo tre vie:

  • Uscita unilaterale
  • Uscita con alleati interni
  • Uscita con alleati esterni

USCITA UNILATERALE

Questa è la strada più complessa e pericolosa, la quale farebbe tremare il polso anche alle classi dirigenti più navigate ed esperte.  Il solo sentore di un’effettiva volontà di uscita potrebbe scatenare l’azione di molteplici poteri interni ed esterni, con l’unico obiettivo di buttare a mare il governo “ribelle” e sostituirlo con qualcuno di più docile. Un film già visto in Europa. 

Ma ipotizzando un governo forte, compatto e determinato, in grado di portare l’azione fino in fondo*, il risultato sarebbe l’isolamento completo in politica estera. In poche parole il Paese diventerebbe un pària nello scenario geopolitico, con lo stigma di essere etichettato come un elemento dannoso per l’andamento economico globale da parte di tutte le maggiori Potenze.

Infatti l’atto di uscita darebbe automaticamente il via ad un caos generalizzato in Europa, con accuse violente da parte degli altri governi, mercati in subbuglio e il sospetto che l’Italia sia solo la prima tessera del domino (questo è uno dei motivi per cui le autorità europee non osarono espellere la Grecia nel 2015, nonostante i segreti desideri di Wolfgang Schäuble, preferendo metterla ai ceppi). 

I rapporti diplomatici con gli ex membri europei si guasterebbero all’istante, senza poi contare lo stigma a livello di popolo presso tutte le altre popolazioni europee, le quali ci vedrebbero come la causa principale del nuovo disastro europeo e della possibile recessione alle porte. Le ripercussioni sul mondo degli affari e degli scambi commerciali sarebbero assolutamente traumatiche per i primi tempi, a causa del caos legislativo.

Per reggere una situazione del genere l’Italia dovrebbe entrare in modalità “venezuelana”, ovvero con uno Stato virtualmente sotto “embargo”, disposto a innumerevoli sacrifici per qualche anno (drastico calo del tenore di vita e dei beni disponibili, fuga delle menti giovani, fuga della borghesia e delle attività produttive, a meno di una improbabile chiusura dei confini).

Il rischio di un collasso democratico e l’instaurazione di un regime diventerebbe concreto a causa della violentissima resa dei conti interna, alimentata da tutti gli italiani che hanno perso il loro tenore di vita e dalle varie fazioni ostili al governo, magari sobillate dall’esterno.

Ora, quanti italiani sarebbero disposti ad accettare uno scenario del genere per qualche anno, in vista di futuri e ipotetici miglioramenti (in 2, 5 o 10 anni)?

Per quanto il declino abbia consumato notevoli ricchezze negli ultimi 40 anni, l’Italia rimane pur sempre l’ottava economia globale, con ancora una diffusa classe media e una povertà limitata per quanto in crescita. Senza contare che la parte produttiva del Paese, a partire dal ricco Nord Italia, sarebbe quella meno propensa ai salti nel vuoto.

USCITA CON ALLEATI INTERNI

Questa strada sarebbe basata sull’alleanza con altre nazioni facenti parte dell’Eurozona. Magari con l’obiettivo di fare un euro del Mediterraneo o negoziare uno scioglimento consensuale del progetto europeo.

Una nuova violenta crisi dei debiti sovrani potrebbe spingere i vari Paesi europei ad accettare il fallimento dell’euro, spingendoli a trovare vie alternative. Sarebbe la via meno turbolenta, ma per ottenerla servirebbero brillanti azioni diplomatiche atte a costruire un blocco di potere compatto (esattamente come hanno fatto i “Nordici”).

A quel punto le stesse Potenze maggiori (USA, Russia, Cina) avrebbero sicuramente una reazione diversa e anzi potrebbero addirittura favorire il processo consensuale in corso.

Più problematico sarebbe ovviamente uno scontro totale fra due o tre blocchi in seno all’Eurozona, con effetti assolutamente imprevedibili. Ma di sicuro per l’Italia sarebbe comunque una soluzione più sostenibile rispetto all’Italexit unilaterale.

Rimane uno scenario difficilissimo da ipotizzare a causa dei numerosi player inseriti nel gioco diplomatico (con o senza la Francia? Quale ruolo per la Spagna? Quali reazioni sul lungo termine dei “Nordici”? Intromissioni di Potenze esterne?). L’unica dissoluzione concordata, andata più o meno a buon fine, è stata quella dell’URSS in tempi recenti. Ma era un altro sistema, molta gente era già alla fame e molta altra ci è finita nella fame (per esempio: i russi sotto il governo di Eltsin negli anni ’90).

USCITA CON ALLEATI ESTERNI

L’ultima strada si basa sul cercare un’alleanza sotterranea con una delle maggiori Potenze (Usa, Russia, Cina), per svincolarsi dalla moneta unica.

Gli americani sarebbero sicuramente i primi della lista. Siamo una nazione a sovranità limitata da 75 anni, inseriti dentro la NATO e con diverse basi americane sul nostro suolo. I rapporti politici sono intrecciati fino ai massimi livelli, e per quanto l’Italia non sia più una delle pedine vitali della vecchia Guerra Fredda, rimane pur sempre un alleato importante. Ma quanto interesse avrebbero gli USA a facilitare lo sfascio dell’Eurozona?

Un conto è mantenere l’avversario in debolezza, un altro è il caos sistemico. Difficilmente gli USA sarebbero contenti di avallare una mossa pericolosa che potrebbe metterli contro gli altri partner della NATO, con ripercussioni a cascata su tutto. Anche nel caso di un improbabile interesse a sfasciare l’Europa, per gli americani sarebbe sempre “American First“. E quindi passerebbero automaticamente all’incasso, spolpandoci con vari accordi commerciali.

La Russia ovviamente non avrebbe molto interesse nell’Italexit, se non per spezzare il fronte NATO. Ma anche qua Putin e soci dovrebbero valutare se sono prioritarie le questioni geopolitiche o quelle economiche, dato che la Germania è uno dei loro principali partner commerciali. Inoltre l’economia russa è più piccola della nostra, con problemi interni, e le sue forze geopolitiche sono già dispiegate al massimo su altri scenari (mediorientali e non). Tutto questo spiega anche il famoso rifiuto di Putin al leader greco Tsipras, volato nel 2015 a Mosca per cercare aiuto.

La Cina potrebbe nutrire forse un maggiore interesse, ma non nello stato attuale. In primis non è ancora in grado di avere la stessa proiezione di forza americana. Inoltre anche loro verrebbero pesantemente infastiditi da un collasso dell’eurozona e quindi di un’area dove esportano molti dei loro prodotti. Infine si chiederebbero quanto vale la pena supportare l’Italia, sapendo benissimo che dovrebbero scontrarsi brutalmente con gli USA. I cinesi, come tutti gli altri, non regalano niente.

L’ITALIA E IL SISTEMA GLOBALE

Un salto storico come l’Italexit non può essere valutato senza tenere conto del Sistema globale e delle sue dinamiche fuori controllo. Ma prima bisogna fare un elenco di alcune importanti questioni nazionali:

  • un pezzo dell’apparato produttivo si basa su export, turismo e rapporti stretti con le controparti europee
  • la borghesia italiana è legata a doppio-filo a tutte le altre, con una tradizione storica plurisecolare
  • l’ambiente bancario/imprenditoriale di alto livello è internazionalizzato, poco incline a salti nel vuoto
  • l’Italia non ha sostanzialmente materie prime e le sue riserve auree sono in parte al di fuori della nazione. Quanto potere avrebbe la nuova Lira per acquistarle? Quanti si fiderebbero di fronte ad uno Stato debole? Ci sarebbe il rischio di dollarizzazione in caso di collasso del Paese?
  • l’Italia presenta una popolazione sempre più vecchia, età media intorno ai 45 anni, con un grosso polo di pensionati disposti a tutto, tranne che alla rivoluzione 

Non si può pensare all’Italexit senza calcolare tutto questo. E lo dimostra il fatto che tutte le forze politiche che hanno urlato contro l’euro in passato, una volta al potere hanno cambiato decisamente tono e atteggiamento.

Ma se passiamo al contesto globale, questa crisi pandemica potrebbe aiutare certe variabili pro-disgregazione dell’eurozona:

  • ritorno ad una maggiore produzione interna, maggiore domanda interna e quindi una diminuzione dell’export
  • confini più o meno chiusi per uno e due anni, che rafforzano la percezione di comunità interna
  • possibile diminuzione drastica del tenore di vita a causa del virus. La gente sarà quindi più esasperata, più abituata e più disposta al salto nel vuoto. Specialmente se fra 2/3 anni dovesse tornare una crisi dei debiti sovrani, con successivo caos/austerità/scontri nella UE
  • esasperazione di altri Paesi europei con possibilità di più forti alleanze sottobanco
  • cambiamenti rapidi a livello geopolitico e di classi dirigenti
  • l’ascesa di nuovi movimenti politici, più compatti e organizzati, con nuovi piani per gestire l’Italexit in un contesto diverso
  • un maggiore scontro geopolitico globale che renderebbe la “pedina Italia” più interessante agli occhi delle maggiori Potenze, in modo da proteggerla e aiutarla

Allo stesso tempo però la crisi sistemica potrebbe spingere verso un’ulteriore cessione di sovranità e verso un’Unione più forte, con vincitori e vinti. 

In ogni caso, anche nel migliore dei casi, i primi tempi di uscita dell’Italia dall’eurozona sarebbero comunque sempre turbolenti. Il punto chiave è capire la convergenza fra il limite di tenuta dell’intera struttura, la volontà di alcuni nel portare avanti il progetto europeo e l’esasperazione fomentata dal declino che avanza.

Alessandro Leonardi

* Paradossalmente se un governo volesse fare una mossa del genere questo sarebbe il momento migliore: italiani chiusi in casa, confini bloccati, mondo già in recessione.

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