Il futuro del Potere

Una particolare forma di governo si aggira per il mondo: la Tecnocrazia. Un sistema dove le leve del comando sono in mano a figure formate, selezionate e cooptate in nome della “competenza”, per gestire al massimo dell’efficienza i vari aspetti della società.

Questa architrave del potere è stata per lungo tempo sottovalutata, spesso ignorata, rispetto alla controparte politica e altre élite. Ma un recente saggio del politologo Lorenzo Castellani (L’ingranaggio del potere) presenta un nuovo sguardo sull’aristocrazia delle democrazie moderne, figlia naturale dell’evoluzione del nostro modello di sviluppo fra Stato, industrializzazione e capitalismo. Un’aristocrazia formata da burocrati, tecnici, esperti, scienziati, economisti, che esercitano un potere pubblico senza essere eletti, all’interno delle istituzioni nazionali e sovranazionali.

Sviscerando il complicato rapporto fra tecnocrazia e democrazia, l’autore ricostruisce i dettagli di questa architrave occidentale sorta nelle sue forme moderne durante il XIX sec. Ma soprattutto mette in luce il conflitto fra il principio democratico della rappresentanza e quello tecnocratico della competenza, il quale negli ultimi tempi ha posto notevoli problemi e complicazioni, specialmente di fronte alle pretese di razionalità, de-politicizzazione e “superiore efficienza” da parte degli elementi tecnocratici. Una gestione del mondo presentata come naturale, neutrale, obbligata, che cela in realtà una spinta ideologica determinata dallo sviluppo del meccanismo industriale stesso, la quale sta minando platealmente le democrazie occidentali aprendo la strada a nuovi scenari.

Grazie alle tesi poste dal saggio di Castellani, proviamo a ragionare sul futuro della nostra società partendo da una necessaria domanda.

LA DEMOCRAZIA È ANCORA UTILE ?

Il regime politico dominante in Occidente, la cosiddetta liberaldemocrazia, copre poco più di due secoli di Storia. Un periodo veramente breve rispetto ad altre forme di governo. Ma agli occhi dei contemporanei il suo modello è sempre stato presentato come il “migliore” per garantire una società giusta, libera e in grado di soddisfare il benessere della popolazione.

Un modello che negli anni ’90 era ritenuto assolutamente vincente da numerose classi dirigenti, le quali prevedevano l’estensione del modus operandi occidentale in ogni angolo del pianeta. Salvo poi scoprire 20 anni dopo che le democrazie sono in ritirata. Non solo a causa della presenza di potenti regimi di natura diversa (come la Cina) o per gli infiniti ostacoli culturali, storici e sociali presenti a livello globale, ma anche per questioni interne che stanno minacciando le fondamenta di tale regime.

Sorge dunque il sospetto che la liberaldemocrazia potrebbe non essere più “utile” per l’evoluzione ed espansione del Sistema industriale-tecnologico.

So benissimo che la domanda iniziale, posta a titolo di questa parte dell’analisi, susciterà giustamente profonde reazioni avverse e paura nei sinceri difensori della Democrazia. Ma una della dure realtà che potrebbe scoprire l’Occidente nei prossimi anni è che il suo sistema politico non è diventato egemone per la presunta diffusa libertà interna, per la divisione dei poteri o per i diritti umani, ma semplicemente perché l’Europa prima, e gli Stati Uniti dopo, hanno saputo creare, gestire ed elaborare al meglio l’industrializzazione rispetto ad altre civiltà; grazie ad una importante serie di variabili culturali, geopolitiche, demografiche, sociali, ambientali e storiche che stanno venendo progressivamente a meno.

Il mutamento del quadro planetario e la perdita di potere da parte delle forze occidentali ha avuto riflessi anche sul modello democratico, il quale vede l’emersione sempre più forte della tecnocrazia come “risposta” alle sfide poste dal Sistema globale. Accompagnata a sua volta dal populismo come “reazione” e “teatro” per ribilanciare lo spostamento di potere interno e rilegittimare il processo democratico, e quindi il ceto politico stesso, agli occhi della popolazione sempre più sconvolta dai processi in corso.

La pervasività della gabbia d’acciaio e la razionalizzazione tecnocratica di ogni cosa esistente, in nome della velocità ed efficienza, si mal sposano con i processi democratici e lo spirito della politica (come espresso da Kissinger nella sua tesi di laurea, citata nel saggio). E quest’ultimi elementi potrebbero essere diventati un ostacolo per la nuova fase di sviluppo del Meccanismo consumistico-produttivo.

Volgendo lo sguardo verso Oriente, l’ascesa della potenza cinese pone pesanti interrogativi proprio su queste tematiche, alla luce di un complesso modello di potere dove l’autoritarismo convive con lo sviluppo forsennato di una società altamente sviluppata; una centralizzazione burocratica dall’alto che presenta allo stesso tempo spazi competitivi spietati al suo interno e un dinamismo dal basso inquadrato verso l’efficienza assoluta dai contorni distopici. La quale potrebbe diventare il modello vincente dei prossimi decenni se saprà gestire al meglio l’avanzamento tecnologico, conseguendo inevitabilmente l’egemonia planetaria.

IL NUOVO LEVIATANO “SORVEGLIANTE”

Le pressioni determinate dal Sistema influenzano in maniera pesantissima lo scontro geopolitico, in un pendolo che oscilla forsennatamente fra competizione e cooperazione, selezionando in modo spietato chi saprà adattarsi e reagire in modo repentino. Se da una parte i cinesi, così come altre nazioni, propongono nuove versioni autoritarie, dall’altra l’Occidente potrebbe vedere la definitiva fusione fra il “capitalismo della sorveglianza” e lo “statalismo della sorveglianza“.

Ci sono sempre state profonde commistioni fra gli apparati statali e le grosse imprese private, anche nei templi del “libero mercato” come Stati Uniti e Gran Bretagna. Il “capitalismo politico” ha sempre regnato nelle medie e grandi potenze, con fasi alterne fra maggiore o minore compenetrazione, anche durante il tanto propagandato periodo del fondamentalismo dei mercati. Ma se Eisenhower denunciò decenni fa l’influenza pericolosa dell’apparato militare-industriale, ora dovremmo rivolgere seriamente l’attenzione all’unione fra il potere statale e le grandi società dell’information technology. Un intreccio dal sapore distopico e dispotico, che ha ricevuto un forte imprimatur a partire dall’11 settembre 2001 con la necessità della sicurezza nazionale a qualsiasi costo (dal Patriot Act fino allo scandalo Datagate), e che ora potrebbe accelerare in nome della competizione contro i grandi rivali geopolitici.

Non è un caso che a capo della Commissione NSCAI (The National Security Commission on AI) ci sia Eric Schmidt, ex CEO di Google, collaboratore fino al 2020, e ora suggeritore di una nuova strategia pubblico-privata nel fondamentale campo dell’intelligenza artificiale, elaborata per contrastare il temuto sorpasso cinese.

La complessità nel gestire le rapidissime mutazioni delle tecnologie esponenziali, la necessità di avere personale strettamente qualificato, il bisogno di prendere decisioni rapide e sincronizzate per gestire ogni fattore di sviluppo, su scala massiva e integrata, rende la vecchia politica sempre più disarmata, lenta ed incapace di stare al passo globale. Vi è ormai un evidente conflitto fra le funzioni democratiche sostanziali e le esigenze di controllo dell’evoluzione del Sistema. Tanto che numerosi imprenditori della Silicon Valley hanno sempre manifestato un sotterraneo disprezzo verso i rituali politici di Washington e la democrazia stessa, colpevoli di bloccare il “progresso”.

In sintesi il nuovo momentaneo ordine potrebbe reggersi su questa massima: alla politica democratica il teatro, ai tecnocrati il potere di gestire la fase finale del modello industriale-tecnologico.

Con la possibilità, futuristica ma non troppo, di avere una tecnocrazia cibernetica, ovvero affiancata, supportata o addirittura sostituita in parte da nuove super intelligenze artificiali. Le uniche che saranno in grado di macinare, selezionare e giudicare i miliardi di dati che verranno immessi al secondo in internet una volta che la rete 5G sarà pienamente operativa nelle società avanzate.

Con questo scenario e queste spinte planetarie lo svuotamento della democrazia pare inevitabile. Il voto diventerà, come lo è già diventato in diverse nazioni, un mera ratificazione istituzionale dell’ordine tecnocratico. Nulla di più. Con un piccolo enorme problema: su cosa si baserà la legittimità di questo nuovo regime?

Venendo a meno l’illusione del controllo da parte della cittadinanza, i nuovi governanti non potranno che appoggiarsi alla tradizione dello status quo facendo leva sul pericolo delle “alternative” o sul successo del proprio esercizio di potere nel garantire una società prospera ed economicamente vincente.

Ma i trend degli ultimi decenni vedono un Occidente in declino, con la crescita di profondi risentimenti nella popolazione, per il momento mitigati dal gioco democratico. Il quale presenta a ciclo continuo nuove forze partitiche con promesse sistematicamente disattese ed accumulo di delusioni e disillusioni sottostanti.

Man mano che il declino si aggraverà e le numerose crisi sistemiche impatteranno sul vecchio ordine, il scivolamento verso l’autoritarismo potrebbe diventare una realtà concreta. Con il ritorno di un antico demone sopito da diverso tempo: la violenza politica.

Una cosa ormai inconcepibile per noi europei, tanto che le forze etichettate come “anti-sistema” sono perfettamente inserite nel pacifico meccanismo democratico. Ma non impossibile sul lungo termine: le recenti elezioni americane hanno visto la messa in discussione della pacifica transizione dei poteri da parte di diverse frange estremistiche e varie personalità politiche. Un piccolo assaggio dei rischi che sta correndo la nostra società.

IL BALUARDO DELLA COMUNITÀ

Castellani di fronte alla prospettiva funesta di una tecnocrazia autoreferenziale ed autoritaria, propone una riflessione sul concetto di comunità, che <<non si deve confondere con identità, etnica o culturale, ma deve intendersi come ambiente concreto in cui si svolge la vita dei cittadini e luogo che l’individuo vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani quotidianamente. In altri termini, il principio di sussidiarietà e quello dell’autogoverno dovrebbero favorire il potere più prossimo alla comunità e il controllo di questa sullo stesso>>.

Un’idea di società, un baluardo, che potrebbe fungere da polo mitigatore in opposizione al modello asettico tecnocratico, in grado di rendere i cittadini più partecipi e responsabili. Un confederalismo radicale, a cerchi concentrici, con il ritorno della politica “vissuta” ed esercitata in loco. Ma un modello del genere, oggi soccombente, deve rispondere alla fondamentale domanda: quanto è efficiente ed utile? E precisiamo: non tanto per l’individuo e le sue esigenze esistenziali & materiali, ma per il Meccanismo industriale stesso. Perché alla fine, all’interno della Modernità, si torna sempre alla questione centrale del suo nucleo di sviluppo. Ai suoi artificiali e tragici imperativi.

La situazione attuale vede la necessità da parte delle grandi istituzioni statali di mettere in campo qualsiasi sforzo razionalizzatore per vincere l’ennesima competizione tecnologica e geopolitica. Per crescere, crescere e crescere. E tutto questo non va d’accordo con molteplici enti locali, federali e nuove comunità partecipate che rallenterebbero il tutto (la pandemia ha già mostrato diversi segnali in questo frangente). Il modello comunitario che si richiama alle idee di Adriano Olivetti e di altri pensatori è ottimale per l’essere umano, ma inefficiente per il Sistema stesso. Senza contare che l’incremento del potere delle comunità, che inevitabilmente avranno una declinazione etnico-culturale, potrebbe portare dritti ad uno scontro frontale con le élite centralizzate (una sorta di sindrome jugoslava).

In sintesi i localismi possono trionfare o in maniera limitata (vediamo per esempio le piccole nazioni parassitarie delle Potenze con cui sono alleate o i paradisi off-shore integrati nel sistema finanziario internazionale) o solo con un collasso dell’ordine statale e sovranazionale del XXI sec. .

Forse il vero nocciolo del dilemma fra democrazia e tecnocrazia risiede in qualcosa di più profondo: il modello occidentale è ancora in grado di rinnovare se stesso e pensarsi in un’ottica nuova? È ancora in grado di creare delle classi dirigenti valide? Oppure i famosi “competenti” che amano esibire le lauree, i master e i CV prestigiosi, sono la fotocopia a colori dei dirigenti sovietici che durante il declino dell’URSS si appuntavano al petto innumerevoli medaglie prive di valore?

Alessandro Leonardi

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